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Codicologia

Testo pubblicato con lievi modifiche in Biblioteconomia. Guida classificata, a cura di M. Guerrini, Milano, Editrice Bibliografica, 2007, pp. 819-821.

Definizione e ambito di indagine. Il termine, di conio relativamente recente (Alphonse Dain, Les manuscrits, Paris, Les Belles-Lettres, 1949) ma corrispondente al più antico Handschriftenkunde (Friedrich Adolf Ebert, Zur Handschriftenkunde, Leipzig 1825), designa quella disciplina (più che scienza) che oggi tende ad individuare come proprio, specifico oggetto di studio la natura fisica, materiale del codice. Dove per codice (dal latino codex e caudex ‘tronco’, ‘ceppo’, passato ben presto a designare la riunione, mediante lacci o cerniere, di più tavolette lignee o cerate utilizzate per la scrittura) si intende la particolare forma o struttura assunta dal libro manoscritto, prima (già nel corso del I sec.) come alternativa al volumen (rotolo, per lo più di papiro) poi come suo sostituto, tanto che dal V secolo e per tutto il Medioevo, fino all’affermazione e al prevalere della stampa, non è concepibile un libro se non come codice (e senza dimenticare che anche il libro a stampa, antico e moderno, ripete quella forma o struttura, sebbene realizzandola con tecniche diverse).

Posto che un libro abbia la forma del codice (cioè sia formato da fogli piegati a metà, riuniti in uno o più fascicoli cuciti lungo la linea di piega), il campo d’indagine è rappresentato dai manoscritti latini (il che significa scritti in alfabeto latino, indipendentemente dalla lingua), greci, ebraici, orientali, di qualsiasi epoca. Questo almeno in teoria. In realtà, anche se un codice è tale indipendentemente dall’alfabeto, dalla lingua e dall’età, ogni indagine è fatalmente condizionata dalla capacità di intendere il testo ed il contesto o, più banalmente, di penetrare specifiche realtà artigianali (esistono così, ad esempio, specialisti di codicologia ebraica, bizantina, persiana). Inoltre il codicologo si scontra con una forte limitazione cronologica, occupandosi di fatto di libri che sono per lo più medievali, per due ragioni. Perché la maggior parte dei codici conservati nelle biblioteche sono stati prodotti dal IX a tutto il XV secolo (in ambito latino, per il periodo anteriore al secolo IX, ci sono arrivati meno di 1900 codici, molti dei quali allo stato di frammento; per il periodo successivo, pur mancando un censimento, per l’Italia il patrimonio è stimato intorno alle 100.000 unità, oltretutto con una schiacciante prevalenza del materiale quattrocentesco sul complesso del materiale precedente); in secondo luogo perché l’affermazione della stampa, relegando il libro manoscritto in una dimensione sempre più privata, non solo ne ha mutato profondamente il valore e la funzione, ma ha determinato la progressiva atrofia dell’oggetto materiale (ormai sempre più imitazione del libro a stampa e sempre meno legato alla ‘propria’ tradizione) con conseguente perdita di interesse per il codicologo per i manoscritti successivi alla metà del secolo XVI.

Prospettive e compiti. Ogni manoscritto è un unicum dalla triplice natura: è un oggetto irripetibile (e per ciò stesso insostituibile) sotto il profilo del testo, come manufatto, come elemento di una serie storicamente definita, cioè per relazioni che lo legano (o lo hanno legato) ad altri oggetti di una collezione (Gilbert Ouy, Comment rendre le manuscrits médiévaux accessible au chercheurs? , in Codicologica, 4: Essais métodologiques, Leiden, Brill, 1978, p. 10). Se distinguere tra queste tre nature è possibile solo in astratto (ed è utile a fini operativi e metodologici), si può dire però che negli studi, finora, si è visto soprattutto l’alterno prevalere dei primi due aspetti (con una precedenza storica, scontata, del primo sul secondo).

Se una forma di expertise del manoscritto in quanto vettore materiale del testo è sempre stata praticata (già in età umanistica si poneva attenzione ai caratteri esterni per datare e localizzare un codice o per stabilirne le relazioni con altri codici: Silvia Rizzo, Il lessico filologico degli umanisti, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973), è soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso che l’oggetto-codice si è collocato al centro degli interessi della codicologia (esemplare, in questa prospettiva, Léon Gilissen, Prolégomènes à la codicologie. Recherches sur la construction des chaier et la mise en page des manuscrits médiévaux, Gand, 1977). Nell’accezione oggi prevalente (in cui non si riconoscerebbero né Alphonse Dain né lo stesso François Masai, che pure per primo parla di ‘archeologia del manoscritto’, Paléographie et codicologie, in «Scriptorium» 4, 1950, pp. 293) rientra nel campo di indagine della codicologia ogni dato d’ordine fisico osservabile in un sivngolo codice o in gruppi di codici: materiali scrittori; dimensioni e formati; fascicoli (loro costruzione, varie tipologie e combinazioni); progetto e architettura della pagina (dimensioni dello specchio di scrittura, rapporto tra ‘bianco’ e ‘nero’, cioè tra spazio scritto e margini, relazioni tra i margini); preparazione della pagina (foratura e rigatura, strumenti e tecniche); procedure e tempi della trascrizione; sistemi di controllo della struttura del libro (numerazione o segnatura dei fascicoli, richiami, numerazione delle carte o delle pagine); strategie del reperimento testuale (sistemi di titolazione, paragrafatura, indici); decorazione (almeno per ciò che riguarda gli aspetti concreti di questa: gerarchia degli spazi, collocazione nella pagina, tecnica); legatura. Il tutto, come è ovvio, lavorando direttamente sugli originali.

In buona sostanza la codicologia si interessa di tutto quanto definisce il manoscritto come oggetto ‘archeologico’, la cui costruzione è il risultato di saperi tecnici, di procedure, di idee della funzione pratica e simbolica del libro che, visto il quasi totale silenzio delle fonti coeve, possono essere solo ricostruiti. In questo senso ricadono nell’ambito di interesse della codicologia anche la storia dei materiali, degli strumenti e delle tecniche impiegati nel processo di formazione del codice, ma non esclusivi di questo. Così, ad esempio, il ciclo di fabbricazione della carta e le sue varietà merceologiche interessano in egual misura il codice e il libro a stampa (lo stesso dicasi, dalla seconda metà del secolo XV, per i materiali, le tecniche e la storia della legatura). Lo stesso avviene per il papiro il cui utilizzo per la costruzione di antichissimi codici latini, ma soprattutto greci, fa in parte ricadere nell’ambito della codicologia il volumen, seppure come semplice antecedente e come termine di confronto del codex, nonché la storia dell’evoluzione del libro dall’una all’altra forma. Quella ‘archeologica’ è una prospettiva che, entro certi limiti, può non tener conto o mettere in secondo piano il testo (che comunque rimane l’unica ragione dell’esistenza di un libro, non solo manoscritto) e che trova la sua giustificazione nella raggiunta consapevolezza del valore intrinseco - anche a prescindere dal contenuto - di quell’aggregato materiale che è il codice, meritevole di studio al pari di ogni altra testimonianza del passato. Porre in evidenza quanto nel libro non è né testo (di competenza del filologo), né scrittura (di competenza del paleografo), né decorazione (di competenza dello storico dell’arte) può sembrare mera astrazione, ma è servito (e serve) al codicologo a precisare il proprio punto di vista rispetto alle altre discipline che si interessano dei manoscritti, a metter a punto la propria attrezzatura concettuale e metodologica. È del tutto evidente che un codice non è solo un oggetto materiale e che la codicologia non esaurisce il suo compito nella descrizione e lo studio dei dati fisici. Ogni manoscritto ha rilievo per la codicologia anche sotto il profilo testuale e per le vicende che lo hanno fatto approdare nelle nostre biblioteche. Non solo perché il testo qualifica un ambiente di produzione, individua un possibile pubblico di lettori e determina quasi sempre le caratteristiche materiali del suo contenitore (basti solo pensare alla relazione tra modello e copia, e non per ciò che tocca la trascrizione, ma al momento della progettazione complessiva del libro, col modello che evidentemente fornisce i primi dati d’ordine materiale per la copia: quantità di facciate in rapporto al formato, uno schema di impaginazione, spazi da riservare ad un eventuale commento o alla decorazione ecc.), ma anche perché le relazioni tra i testimoni (indagate e accertate dal filologo) significano rapporti tra oggetti concreti e rapporti tra persone: committenti, copisti, lettori, possessori (e tutto questo ricade a pieno titolo nell’ambito della codicologia). Inoltre, in quanto oggetto la cui storia non si esaurisce con la fine della trascrizione e l’intervento di un eventuale miniatore e legatore, spetta al codicologo (ma non a lui solo) studiare tutte le successive vicende del libro manoscritto: gli interventi dei lettori, le modifiche della forma originaria, i passaggi di proprietà, le relazioni - non testuali - con altri codici all’interno delle collezioni. È bene infine ricordare che se la codicologia è una disciplina che si esercita necessariamente sugli originali, è anche vero che fonti documentarie e letterarie (inventari di biblioteche pubbliche e private o di botteghe di cartolai, contratti di scrittura, testamenti, carte di pegno; epistolari di umanisti, cronache; trattati di scrittura, ecc.) danno un contributo fondamentale alla conoscenza della mentalità di copisti e lettori e soprattutto della terminologia tecnica e storica del libro.

L’osservazione dei dati fisici e relativi al processo di formazione, di quelli testuali e storici serve alla conoscenza e valutazione di un codice, normalmente espressa in una sua descrizione, comprensiva di datazione e collocazione geografica. La descrizione scientifica di un manoscritto o di una serie di manoscritti (il che vuol dire realizzata attraverso dati pertinenti e discreti, ordinati e connessi logicamente, espressi con una terminologia aderente all’oggetto) deve poter sostituire (almeno per una prima valutazione) il manoscritto stesso, rispondendo non solo ai quesiti del codicologo, ma anche a quelli del filologo, del paleografo, dello storico della miniatura, dello storico delle biblioteche e della cultura in genere. La descrizione, oltre ad avere valore di per sé, è la necessaria premessa ad ogni tipo di indagine sul manoscritto. Un alto livello di formalizzazione dei dati, dei metodi del loro rilevamento, della terminologia deve permettere una lettura trasversale delle informazioni codicologiche, testuali e storiche: per lo studio di singoli aspetti della struttura e formazione del codice, per la costituzione di repertori di elementi indicizzabili (che rimangono indispensabili chiavi di accesso alle collezioni e ai dati stessi) e per la selezione ed elaborazione (anche in forma statistica e grazie alla teconologia informatica) di particolari dati, allo scopo, ad esempio, di definire in termini oggettivi la specificità di particolari gruppi di codici (Albert Derolez, Codicologie des manuscrits en écriture humanistique sur parchemin, Turnhout, Brepols, 1984; Marisa Boschi, Codicologia trecentesca della ‘Commedia’. Entro ed oltre l’antica vulgata, Roma, Viella, 2004) o di analizzare collettivamente le proprietà di ampi gruppi di codici trattati come insiemi indistinti (Carla Bozzolo, Ezio Ornato, Pour une histoire du livre manuscrits au Moyen Age. Trois essais de codicologie quantitative, Paris, CNRS, 1980).

Per approfondire

Maria Luisa Agati, Il libro manoscritto. Introduzione alla codicologia, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2003

Marilena Maniaci, Archeologia del manoscritto. Metodi, problemi, bibliografia recente, Roma, Viella 2002

Marilena Maniaci, Terminologia del libro manoscritto, Roma, Istituto centrale per la patologia del libro -Milano, Editrice Bibliografica, 1986 (vocabolario tematico).

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